Anteprima riservata

Ciao, questa pagina è per te

Prima dell'uscita ufficiale ero felice di condividere una prima parte del libro con te che mi hai accompagnato in queste ultime settimane di preparazione del libro. È un mio modo di ringraziarti per aver camminato con me, mi sono sentita accompagnata, grazie.

Il libro uscirà su Amazon lunedì 26 ottobre. Questa pagina di anteprima resta aperta fino al 1 novembre.

Inizia

Alessandra Lucca

E se fosse
una Grazia?!

Come stare nel dolore

Prefazione

Non chiede il permesso di arrivare, non manda un invito su Calendar, non verifica che tu sia pronto, arriva senza preavviso e sembra avere un biglietto Prato Gold in prima fila a disturbare il concerto della tua vita: se dovessi descrivere il dolore, lo farei così.

Il dolore irrompe, il dolore si presenta con i suoi mille nomi: abbandono, tradimento, delusione, solitudine, fallimento, violenza, morte e stravolge i piani, le priorità, cambia completamente le prospettive.

Il dolore non conosce barriere di razza, religione ed età; il più delle volte accomuna profondamente gli esseri umani.

Sicuramente sai già che condividere il dolore aiuta e forse hai fatto anche l’esperienza che per quanto l’altro possa conoscerti, essere in empatia con te, volerti bene, non potrà mai sostituirsi a te per vivere il tuo dolore e non potrà mai sostituirsi a te per decidere cosa farne e come reagire.

Il dolore è qualcosa di cui tutti prima o poi siamo protagonisti, si sa, è quasi banale dirlo eppure allo stesso tempo ho conosciuto proprio poche persone che sappiano come affrontarlo, viverlo, superarlo, farne qualcosa… a volte qualcosa di buono.

“Ma come si fa a stare nel dolore? E come si fa a starci custodendo la gioia?”

Quando ho conosciuto Alessandra, queste domande sono arrivate quasi prima del suo nome. Sono domande che ha trovato dentro di sé, nella sua storia, nelle vicende della sua vita e sono le domande che le hanno posto a raffica una moltitudine di ragazzi di tutte le estrazioni sociali e di tutti i luoghi geografici.

È così che questo libro ha preso vita, con la stessa urgenza con cui si ha bisogno di superare il proprio dolore e con quella consapevolezza che ci sono troppe poche dritte su come vivere certe situazioni. Forse qualche teoria, ma poche basate sulla vita vissuta.

Per affrontare il dolore non basta avere una sfera di cristallo per sapere cosa ti succederà, è un’illusione: a volte questo non ti prepara affatto, piuttosto inizi prima a soffrire nella speranza di trovarti preparato, salvo poi scoprire solo di aver allungato il tempo del dolore e perso tempo che poteva essere meglio speso.

Ci vuole l’olio giusto per vivere le situazioni che ti tolgono il respiro, quello che ti permette di affrontare la notte e aspettare lo sposo, quello che ti permette di vivere sulla Croce del Venerdì Santo, attraversare i tuoi inferi il Sabato e arrivare alla Resurrezione alle prime luci della domenica di Pasqua.

Sono felice che tu abbia questo libro tra le mani, sono certa che sarà una buona palestra per dare più gusto alla tua vita nei momenti di gioia e nella tua quotidianità e quando il dolore arriverà senza chiedere il permesso confido che avrai qualche strumento in più per viverlo appieno, per superarlo e farne qualcosa di buono… e se fosse una grazia?

Katia Fabbri
(Direttore Generale di Nuovi Orizzonti)

Introduzione

“E se fosse una grazia?!” è la frase che mi ha salvato la vita più di una volta. È anche la frase che ho più odiato e con cui ho fatto più a botte.

L’ho sentita pronunciare ventuno anni fa da don Fabio Rosini nella parrocchia di Santa Francesca Romana durante un’omelia nel tempo d’Avvento.

Questa frase ha salvato il mio matrimonio quando stavo davanti al computer a comprare un volo aereo di solo andata e lasciare un biglietto di addio sul tavolo del soggiorno.

Mi ha fatto piangere innumerevoli volte per la verità nascosta dentro questa provocazione.

Mi ha salvato dal baratro della depressione in cui l’unica strada possibile sembrava credere che non ci potesse essere speranza davanti all’ingiustizia e alla sofferenza.

Oggi la dico a te: “E se fosse una grazia quello che ti sta accadendo? E se questo dolore fosse per la vita e non per la morte?”.

Capisco che per parlare di cose grandi, come il dolore, bisognerebbe essere qualcuno, o almeno avere un qualche titolo da psicoterapeuta con un paio di specializzazioni o essere un teologo esperto di Sacra Scrittura. Purtroppo io sono solo una semplice mamma di quarant’anni e, anche se ho fatto un numero infinito di esami di psicologia, non sono proprio nessuno.

Quello che mi spinge a scrivere non è una particolare competenza educativa, frutto di uno studio accurato o di un ruolo riconosciuto, ma la semplice vita vissuta. Ecco, non aspettatevi nient’altro che questo.

Conosco bene fratello dolore nonostante una vita piena di gioie grandissime (sono mamma!). Tutti conosciamo il dolore nella misura in cui scegliamo di entrarci in relazione.

Tutti noi odiamo profondamente soffrire e facciamo di tutto per evitarlo. Il problema è che molte, moltissime volte, è inevitabile.

Come viverlo? Come gestirlo? E poi, siamo sicuri che sia soltanto una cosa negativa? E se fosse una grande occasione?

Queste pagine saranno per me un consegnare il cuore. Lo farò come gesto di condivisione e carità (amore verso l’altro) per questa Quaresima. Prego anche che lo scrivere mi aiuti a metabolizzare tutto il dolore che sto macinando in quest’ultimo anno così difficile. So che per uscirne fuori è necessario mettersi al servizio del dolore degli altri e questo è il mio tentativo (la carità verso me stessa).

Grazie di aver deciso di leggere questo libro. Spero con tutto il cuore vi sia utile e prego lo Spirito Santo che vi faccia raggiungere dalle parole e dai consigli di cui avete veramente bisogno.

Buona lettura, amici!

3 Modi per stare nel dolore

Il dolore è inevitabile

La nostra vita è un grandioso spettacolo dove, ad un certo punto, come nei migliori circhi, arriva il momento dei giochi pericolosi. Il sipario si apre. Entrano in scena una serie di arnesi. Nessuno capisce cosa esattamente stia succedendo. Si accendono i riflettori. Le luci puntano dritto su una persona che pare “incastrata” in una scatola formato uomo. Un altro tizio, in penombra, tira fuori dei lucenti coltelli affilati. Inizia un po’ d’ansietta diffusa. Si suda freddo solo al pensiero che li lancerà davvero verso una persona in carne ed ossa.

“È solo uno spettacolo” - pensano tutti per rassicurarsi, ma è uno spettacolo che fa risuonare dentro qualcosa che è accaduto anche a te nella vita quando, all’improvviso, ti sono arrivate delle sofferenze che, ancora oggi, fai fatica a metabolizzare; sai solo che, mentre eri lì, ti sentivi anche tu incastrato e impotente, messo all’angolo e con dei riflettori pieni di giudizi addosso.

Difficile rimanere immobili, acquietare la paura, domare l’istinto di difendersi, perché a volte, più provi a difenderti e più ti fai male. La vita, però, non è un gioco da circo.

Da piccoli si accusano i colpi più grossi. Da grande, poi, fai di tutto per schivarne qualcuno, almeno i più prevedibili. Da anziani, se si diventa saggi, si impara l’arte di rimanere fermi e solidi, ancorati alla pace della sapienza.

C’è un modo per lasciare che quei colpi vadano a buon fine senza ferite mortali. Gira voce, più che altro, di un’illusione che questo funzioni. Si chiama autocontrollo, crescita personale, ascesi o non so cos’altro. Beh, io non sono molto brava, lo confesso. Ci provo ogni giorno, faccio la mia parte e ho anche pagato un po’ di soldini di terapie, ma nonostante tutto questo lavoro su di me, ci sono ferite, presenti e passate, che non si sono rimarginate con la versione pro di Alessandra.

È come se avessi reso me stessa più agile nello schivare i colpi e piena di strumenti per difendermi meglio, ma molte volte rimango in un vicolo cieco. Insomma, sto decisamente meglio, ma rimango comunque lì e non mi basta come risposta. Non sto dicendo che non sia utile, anzi, il contrario. Ci tengo a precisarlo! Dico solo che lavorare su di sé è la base minima. Serve a stare bene. La mia domanda, però, non è di benessere, ma di senso. È una domanda esistenziale a cui non sa rispondere nessun percorso di crescita personale: perché nella vita c’è il dolore? A cosa serve? Cosa ci devo fare? Sarà utile a qualcosa o è solo qualcosa di negativo?

Ci sono due tipi di sofferenze: quelle note, visibili, evidenti, causate da eventi o notizie “pubbliche” (una guerra, una catastrofe naturale), oppure sofferenze nascoste che nessuno può immaginare.

La nostra percezione del mondo ci ha portati a vivere con una grande attenzione la ricerca del senso delle cose e della vita. Per le generazioni passate non è stato così impattante come per noi. Quando questo va a toccare la sfera del dolore fa da cassa di risonanza a ferite profonde. Ci ritroviamo così davanti al dramma dell’aumento preoccupante del tasso dei suicidi. In molti casi non ci sono eventi esterni tangibili, ma, dentro al cuore, si sono combattute battaglie titaniche che rimarranno per sempre segrete.

Ogni sofferenza ha la sua dignità. Sebbene sia oggettivamente vero che la morte di una persona cara o una malattia fortemente invalidante non si può mettere sullo stesso piano di una brutta media a scuola, è anche vero che la nostra sensibilità e la nostra fragilità sono aumentate notevolmente. La generazione Z vive tutto questo sulla propria pelle. C’è poco da giudicare ma tanto da accogliere e rimboccarsi le maniche con urgenza. La storia è ciclica e così accade che quando viviamo guerre mondiali e situazioni di grande povertà le nostre energie sono focalizzate sulla sopravvivenza materiale, mentre quando viviamo periodi di benessere sociale ed economico siamo portati a trovare uno scopo psicologico esistenziale del senso.

Qualche mese fa ho condiviso sul nostro podcast (Grateful Monday di 5pani2pesci) un pezzetto della mia sofferenza riguardo ad un progetto concluso. Una ragazza, in tutta sincerità e semplicità, mi ha scritto “ma ti sembra rispettoso soffrire per questa cosa quando hai una bellissima famiglia, mentre io e molte altre come me non abbiamo neanche un fidanzato sulla soglia dei 35?! Cosa dovrei dire io?”. Le ho risposto con le sue stesse parole: “tesoro, non ti sembra irrispettoso soffrire per la mancanza di un fidanzato mentre a Gaza in questi giorni è in atto un genocidio e la gente muore di fame?” e poi ho aggiunto che ogni sofferenza ha la sua dignità. Lei, in quel momento, ha capito. La sua sofferenza io non posso capirla, come lei non capisce la mia, ma l’amore sta nel rispettare ciò che l’altro percepisce. Nessuna sofferenza può essere giudicata come sbagliata e, quindi, svalutata. Ognuno ha la sua strada, il suo percorso, le sue cadute, i suoi dolori. Ogni persona è un mistero. Ogni dolore anche.

Le sofferenze causate da tragici eventi o da una malattia mettono le persone nella condizione di avere un conforto esterno: “So che ti è successo questo e quindi posso starti vicino”. Di contro espongono alla fragilità e alla vulnerabilità di chi lo vive, cioè tutti vedono il tuo modo di reagire a quella difficoltà.

Le sofferenze “del cuore”, invece, sono le più insidiose: “Come faccio a parlarne? L’altro potrà capirmi o mi giudicherà?”. Sono pensieri che si incontrano con altri pensieri che si intrecciano con altri pensieri creando un groviglio di pensieri pericolosi che aggiungono tristezza alla tristezza, solitudine alla solitudine, che rabboccano il vuoto con altro vuoto. È un pasticcio di ragionamenti che può diventare facilmente pericoloso perché questi ti portano a chiudere la via d’uscita anziché ad aprirla. Tutto diventa solo più impossibile e difficile, fino ad arrivare all’assurdo, all’estremo… non chiedermi perché lo so!

In tutti i casi si vive un forte senso di impotenza e frustrazione. Come fare? Come starci dentro? Possibile che siamo condannati a soffrire per forza? C’è una soluzione per evitare tutto questo?

Come non perdersi nel dolore?

Il dolore ti destabilizza. Hai sempre pensato le cose in un certo modo o con quella persona e adesso tutto si ribalta. Ti manca la terra sotto i piedi. Sei completamente perso. Eppure non te lo sei proprio andato a cercare (nella maggior parte dei casi).

Perdersi nel dolore è un rischio molto grande. Ci sono persone, e non poche, che perdono il senno e impazziscono perché non riescono a reggere il peso della loro storia. Quanti ragazzi persi nelle dipendenze! Per molti è l’unico modo per stare in piedi davanti a delle sofferenze di cui neanche le parole riescono a descriverne la durezza.

Negli anni ho ascoltato storie di abbandono, di abusi (molte, troppe!), madri che pensavano solo a divertirsi, padri tossicodipendenti, insieme a infinite storie di eterni silenzi ed eterne assenze, famiglie votate all’apparenza, all’indifferenza, genitori meno maturi dei loro figli adolescenti, egoismi sproporzionati, manipolazioni affettive più dolorose delle torture cinesi.

A volte si vivono dei malesseri molto forti a livello psichico ma anche fisico a cui non si riesce a dare un nome. Cammin facendo, scopri la causa e ti devasta. Quando prendi consapevolezza che i tuoi attacchi di panico sono causati dall’ipercontrollo di tua madre e magari capisci che tua madre ha un disturbo psichiatrico (borderline, bipolare, passivo-aggressivo, ecc.) ti casca il mondo addosso.

È difficile non perdersi nel dolore.

Non basta il coraggio per starci davanti, servono strumenti, consapevolezza, amici intorno. Il dolore ti destruttura. Va a togliere dei pilastri che fino ad allora erano portanti sebbene malati.

Molte persone scelgono di vivere sostenute da impalcature traballanti e corrose dalla ruggine emotiva… la cosa dura finché dura. Il dolore latente e sempre vivo minaccia costantemente con la sua forza di far crollare di colpo tutto al primo soffio di vento serio della vita. Solo chi scava a fondo ed entra nei sotterranei del passato e del presente può risanare il problema.

Per non perdersi occorre avere chiara la direzione, o almeno imboccare la strada giusta. Serve una bussola precisa e solida che resista alle intemperie. Devi sapere con chiarezza chi sei e usare l’autostima come corazza di ferro, impenetrabile. Imparare ad ascoltare solo cose buone e avere tanta tanta forza. Occorre, quindi, la consapevolezza di essere Amati senza condizioni, senza però, senza se, senza badare a spese, un Amore davvero incondizionato e infinito perché bisogna scendere più in profondità, riparare ciò che è riparabile e accettare ciò che è incomprensibile.

Il dolore è inevitabile, è vero, ma da come lo gestiamo dipende tutta la nostra vita, la nostra solidità, la nostra vulnerabilità, il nostro spenderci, la capacità di provare gioia piena, il coraggio delle nostre scelte, la pace nel perdonare.

Perdersi è una grandissima tentazione possibile. Dobbiamo assolutamente trovare una strada e reagire. Tutte le alternative sono un arrendersi ad un continuo vittimismo senza il sapore della vita.

La strada

Proviamo a fare un’analisi di cosa accade e a trovare una possibile strada per risolvere. Prima cosa da fare per trovare una strada nuova è capire il perché abbiamo sempre scelto quella vecchia, cosa ci ha spinti, insomma, a strutturarci in questo modo; poi, renderci conto a cosa ci porta e, infine, trovarne una nuova migliore.

Ognuno di noi arriva alla consapevolezza di alcune cose in modo diverso. Chi ci arriva con la psicoterapia, chi con un cammino spirituale, chi vive momenti di grande solitudine come un mese di cammino di Santiago, chi attraverso una relazione bella che ti fa aprire gli occhi e ti toglie da certe dinamiche… Insomma, ognuno ha un percorso diverso e una via consona a sé. La differenza, però, è il come decidi di starci.

In sostanza, ci sono tre modi per vivere il dolore: subire, identificarsi o gestire.

Chi lo subisce pensa che non si possa risolvere il problema. Incastrato nella sagoma, con davanti le lame dei coltelli che ti piombano addosso come una condanna, rimani lì a farti schiacciare dalla vita o a dimenarti con la speranza che, ad un certo punto, arriverà il momento in cui le cose gireranno per il verso giusto.

Chi si identifica, invece, fa tutto al contrario: abbraccia così tanto il dolore che lo usa come descrizione di se stesso: “Io sono il ragazzo abbandonato dal padre”, “Io sono quella che nessuno sceglie”. Non vuole risolvere (anche se a parole dice il contrario) perché, altrimenti, non sa più chi è (è chiaro che è un pensiero inconscio). Gli iscritti a questo partito quando si presentano dicono: “Piacere, io mi chiamo vittima”. Piuttosto che perdere il nome (vittima) si preferisce tenere con sé il dolore.

Solo chi decide di gestire pensa di avere una via d’uscita vera. È il club di quelli che non si arrendono perché “capperi! Ci sarà una strada reale per essere felici oppure è tutta una fregatura?!”. Il problema enorme è che il mitico club non sa come fare e brancola cercando una via fattibile, una verità che non delude alla prima curva in salita e una vita piena veramente, senza surrogatini e appagamentucci da quattro soldi per rimanere a galla.

Ognuno di noi vive e attraversa in diverse fasi della vita tutte e tre queste strade. Non siamo supereroi e nemmeno i migliori anche se abbiamo un’immagine iper di noi stessi.

A volte, credo la maggior parte delle volte, subiamo il dolore. Spendiamo il tutto per tutto per evitarlo e non sentirlo. Inutile prenderci in giro! Se non fosse così non esisterebbero le dipendenze. Chi non fuma magari è dipendente da pornografia. Chi non beve, invece, ha il vizietto del gioco d’azzardo. Chi non è ossessionato dall’aspetto fisico (palestra come se non ci fosse un domani o estetista a volontà) passa le ore al cellulare. Siamo tutti dei poveracci inguaiati, assai! Alzi la mano chi può scagliare la prima pietra.

Poi, ci sono periodi in cui proviamo ad entrarci in questo dolore, ma, non avendo gli strumenti adeguati, ci caschiamo con tutte le scarpe e ci identifichiamo. Buttiamo lo specchio in cui ci guardiamo la mattina e lo sostituiamo con quello che ci è successo. Ogni mattina mi sveglio e mi dico che sono la bambina abbandonata, il figlio trascurato, il ragazzo sfortunato di paese, lo sfigato. Mai capitati dei periodi così?

Uso questo specchio come giustificazione alla mia mancata presa di responsabilità nei confronti di quello che mi è successo. È dura reagire! Da dove si comincia? Come si fa a cambiare davanti alla propria famiglia o a scuola? Come si fa a reagire e ad ascoltare la voce della propria profonda identità invece che quella apparente di sempre?

Spero ci siano anche momenti in cui riusciamo a prendere il coraggio a quattro mani e ci organizziamo con un piano di azione solido per entrare in profondità, a chiamare le cose con il loro nome e a diventare uomini e donne responsabili della costruzione della propria vita felice. Questa strada sembra la più difficile, quella che evitiamo sempre, ma in realtà è l’unica risolutiva. Lo sappiamo molto bene, non siamo scemi, ma la paura ci frega.

Queste tre strade non sono per niente uguali. Sono tre strade molto diverse che portano a risultati molto diversi. Due strade, subire ed identificarsi, all’apparenza, sembrano meno faticose e quindi più gettonate, ma sono quelle che alla fine costano di più. L’ultima, quella del gestire, sembra invece la più dura da percorrere, ma è sicuramente l’unica che promette una reale via d’uscita veramente positiva.

Il dolore è inesorabile. Accade. Fa parte della vita. Non è in nostro potere eliminarlo, ma è una nostra scelta il come viverlo. Da questo dipende la felicità del nostro esistere, da come viviamo le grandi e piccole fatiche dolorose del passato e del quotidiano.

In queste pagine non ci sono risposte, ma strade possibili, osservazioni, esperienza, vita, provocazioni che a volte ti daranno tanto fastidio. Ecco, proprio riguardo a queste ultime (cose che ti daranno molto fastidio), facci molta attenzione perché molto spesso, quando qualcosa ti dà fastidio, è perché tocca nervi scoperti e dice verità faticose da accogliere. Se lavori su quelle cose lì può succedere che qualcosa di grosso inizi a cambiare. Il dolore è sicuramente la cosa che più ci dà fastidio nella vita. Ascoltarlo, starci dentro, lasciare che ci dica verità più grandi, non sarebbe una cattivissima idea. Ma questo è l’obiettivo di queste pagine… spero di accompagnarti fino in fondo verso questo pensiero così profondo e prezioso.

Proviamo a capire innanzitutto perché dovremmo imparare a stare nel dolore e, poi, i tre capitoli a seguire serviranno per capire dove sei adesso, come hai imparato a reagire al dolore, di quale dei tre club (subire, identificarsi, gestire) fai parte. Hanno lo scopo di capire il punto di partenza. Non sono un giudizio né una soluzione, ma solo una presa di consapevolezza del punto in cui sei.

E mo che ti ho spoilerato i prossimi capitoli, ti tocca leggerli! perché il punto non è sapere le cose ma passarci dentro con le proprie gambe per trovare delle risposte che risuonino vere per te.

Perché stare nel dolore

C’è una domanda necessaria a priori: perché stare nel dolore?

Credo che il mondo si divida in due grandi categorie: chi ha attraversato la sofferenza e chi, pensando di evitarla, se la porta sulle spalle tutta la vita. Entrare nel dolore e starci è quella cosa che fa la differenza.

Il dolore ti fa sentire la sete della verità, l’urlo della giustizia, il desiderio della pace. Ti porta a desiderare le cose che contano davvero e a scoprirne il senso più profondo. I problemi nascono quando le risposte che diamo a queste domande grandi sono farlocche. Quindi, il dolore ci offre una grande occasione, ma sono le nostre risposte a delinearne l’esito.

Un grande esistenzialista, Viktor Frankl, diceva che trovare il senso rende sopportabile qualsiasi dolore. Lui ha passato circa tre anni nei campi di concentramento e ha visto con i suoi stessi occhi che le persone che sopravvivevano non erano le più forti, ma quelle che avevano trovato un senso. Quando il dolore trova un significato smette di distruggerti. Quando, invece, soffri senza un perché anche uno screzio minimo diventa insopportabile (basta leggere i giornali e trovare tra le cronache addirittura omicidi tra vicini di casa).

Il trovare un senso è una forma di potere interiore che nessuno può toglierci. Nei campi di concentramento l’uomo ha vissuto l’esperienza di essere privato di qualsiasi cosa (famiglia, casa, soldi, status sociale, amici, cose, professione). È rimasto solo l’uomo, nella sua essenza, dice Frankl, non con ciò che aveva, ma con ciò che era.

I dolori che attraversiamo sono una grandissima occasione per arrivare alla nostra essenza, chi siamo.

Ogni dolore ci azzera. Ci mette completamente a nudo. Ci toglie tutto. Se non troviamo il significato non ne usciremo vivi. Non vivremo appieno davvero. Se non troviamo risposte adeguate alla sete di senso che ci mette in moto non riusciremo ad essere felici. Le cose che abbiamo costruito non ci servono a molto davanti alle difficoltà vere. Un lavoro fantastico o un conto in banca da invidia non sono certo le cose che ti salvano da ciò che di difficile vivi nel cuore. Neanche le relazioni, almeno non fino in fondo, perché ci sono pezzi di strada che puoi fare solo da solo. Capire profondamente il significato della vita, capire chi sei è l’unica cosa che può salvarti dalla tristezza esistenziale.

Davanti alla rottura della relazione con la ragazza con cui hai sognato in grande cosa può fare un conto in banca? Davanti alle ferite della tua infanzia che potere ha il terzo master? Davanti all’incapacità di entrare in relazione in maniera profonda e autentica con gli altri cosa possono fare le tue mille esperienze in giro per il mondo? Cosa possono fare i tuoi amici davanti al baratro di una ferita traumatica, oltre a starti vicino? Insomma, non sono le cose esterne a noi che possono risolvere, ma solo la consapevolezza profonda del nostro essere, qualcosa che si trova dentro di noi.

La strada per trovare le risposte è dentro. Non si possono dare risposte materiali a domande esistenziali. Non puoi rispondere al grido delle tue ferite con un successo al lavoro o con la macchina nuova. Sarebbe come riempire l’abisso del nostro vuoto con una goccia d’acqua. Parliamo di qualcosa di infinito… ci vogliono risposte della stessa portata (si capisce anche senza una laurea in ingegneria!).

Quando l’uomo non trova il senso si prostituisce a tutte le gratificazioni compensative che gli passano davanti. È uguale se ti droghi o bevi o fai sesso con il primo che capita oppure compensi con il volontariato e la dipendenza da cellulare. Non cambia. Il risultato è uguale: non sei felice.

Per trovare questo senso, innanzitutto, bisogna decidere di entrare nel dolore e, poi, anche di non scappare via, anzi di starci. È tosta, lo so benissimo. L’alternativa è una vita a metà, fatta di attimi di felicità e di periodi difficili (in fondo, se ti metti davanti allo specchio e ti guardi dritto nelle palle degli occhi, questo è quello che pensi davvero: la felicità è questione di attimi, momenti che capitano). Solo chi sa chi è veramente conosce la gioia di essere sazio, la felicità come costanza di vita (da sobrio!). Solo quando troviamo il significato del dolore non saremo più schiacciati dalla sofferenza sebbene continui ad esserci.

Entrare nel dolore

Non so quante occasioni di questo tipo la vita ci abbia regalato. Chi ha storie più difficili, chi meno, ma tutti sappiamo bene di cosa stiamo parlando. Sebbene ci siano cascate addosso situazioni molto molto pesanti e particolarmente dolorose come una malattia improvvisa, la morte prematura di un amico, la ragazza che ti molla, una grave ingiustizia in famiglia, questo non è garanzia che tu sia entrato nel dolore. Anzi, a volte, più il dolore è grande e più non lo vogliamo sentire. Ma figurati se gli diamo retta o se pensiamo lontanamente che possa essere un’occasione! Sembra sia più facile evitare di sentire e andare avanti, concentrati a fare cose giorno per giorno; ma è un inganno, il più grande che ci possa capitare, vivere di quella speranza, fondata sul nulla, che alla fine la vita andrà bene, oppure, ancor peggio, una condanna al pessimismo cosmico, a quegli attimi di goduria che passano come arrivano.

La verità, invece, è che finché non decidiamo di attraversare le nostre ferite ne siamo schiavi… e non esagero! Fino a che non decidi di guardare in faccia il tuo vuoto affettivo o quella ferita della tua storia vivrai con la paura di quel baratro. Il servizio in parrocchia, lo studio, il successo con gli amici o con le ragazze ti incoraggiano e ti sostengono, ma non sono e non saranno mai abbastanza. Neanche un grande progetto in cui credi molto e per cui stai spendendo la tua vita può essere abbastanza (costruire una bella famiglia, creare una realtà per ragazzi disagiati, dedicarti ai bambini, andare in missione in Africa). Solo il senso e nient’altro che il senso risponde in maniera esaustiva. È una risposta che si trova nell’essere, in chi sei. Niente meno di questo. Niente surrogati, nemmeno se di alto valore. Solo tu e nient’altro che il tuo essere.

Solo chi ha il coraggio ed è ben equipaggiato può intraprendere questo sacro viaggio dentro il dolore.

Perché stare nel dolore?

“Perché farlo? È proprio necessario?” ti chiederai. La mia risposta è che la porta della felicità si apre solo dai nostri inferi. Non c’è altra via d’accesso. Solo dagli inferi della propria esistenza si può trovare la chiave d’accesso del senso, della pienezza, della gioia. Solo spaccando le catene di quelle paure che ci immobilizzano e che dirigono le nostre scelte siamo veramente liberi. Il dolore è proprio LA porta della vita vera. Se sei passato da lì si vede, uhhh quanto si vede! Il bello, quello vero, ci aspetta dall’altra parte della porta.

Questo è il motivo e la strada per cui Gesù ha deciso di passare (e Gesù scemo scemo non era!): entrare volontariamente nella morte (attraverso la via della croce), scendere fino agli inferi per poter aprire le porte della gioia vera, il paradiso. Ha fatto proprio tecnicamente questo! È una strada che funziona. Chi la percorre non viene deluso. Bisogna però non incamminarsi da sprovveduti, ma, al contrario, avere gli strumenti adatti. Sono necessari una preparazione e un piano di battaglia per affrontare l’impresa e uscirne vivi.

Fare l’esperienza di stare nel dolore è fare l’esperienza di una vita nuova. Ti puoi dire cristiano, secondo me, solo dopo essere andato nei tuoi inferi e aver vissuto sulla tua pelle la gioia pazzesca di trovare quella porta. Questa è l’esperienza della resurrezione. Prima di allora sono solo abitudini, chiacchiere, buona compagnia, cose sane, moralismi e pippe mentali.

Trovare la motivazione

La motivazione per affrontare l’impresa non si trova sicuramente nella buona volontà. Come si fa ad avere la volontà o il desiderio o il piacere di guardare in faccia gli scheletri dentro l’armadio e prendersene cura?! Solo la vita può costringerci a fare questo passo, questa scelta. Chissà quante volte già ci ha provato… a volte suonando alla tua porta con delicatezza, altre volte il dolore ha urlato forte.

Avviene che un giorno ti rendi conto che, per evitare di soffrire, hai evitato l’uscita a destra e poi quella a sinistra e poi la seconda a destra e anche la seconda uscita a sinistra… e ti ritrovi a vivere in un angolo e ti manca l’aria. È vero che non vuoi soffrire, ma, a forza di evitare tutto, ti ritrovi in una gabbia molto piccola e non vivi più. Oppure, accade che la vita ti regali una grande occasione come una relazione per cui vale la pena spendersi e, quindi, ti rendi conto che se non metti mano a quelle parti di te rischi di perdere qualcosa di importante. O ancora, potrebbe accadere che diventi madre o padre e fai contatto con dei nervi scoperti del passato e, per non ripetere la tua storia, capisci che è arrivato il momento di risolvere e, quindi, di scendere nei tuoi inferi per amore dei tuoi figli.

Insomma, a forza di evitare il dolore può succedere di non vivere più. Lottiamo una vita per soffrire il meno possibile, quando invece dovremmo pensare solo a vivere il più possibile. Come se la felicità dipendesse da quanto poco soffri, invece che da quanto tanto vivi.

Per vivere in maniera libera, come davvero vogliamo essere, ci tocca attraversare le nostre valli oscure. Tutte le altre offerte sono mezze verità, quindi ci puoi attaccare sopra l’adesivo “menzogne garantite”.

Le cose dolorose della nostra storia a volte ci hanno segnato così tanto che pensiamo che sia impossibile riemergere o essere liberi. Abbiamo l’impressione che ci sia negata da noi stessi medesimi la libertà di essere chi e come ci piacerebbe davvero essere.

Non vi annoio con le mie pare mentali sul fatto che vengo dalle case popolari di un piccolo paese sperduto del sud. Quante volte ho pensato che per me non c’era speranza. Come potevo darmi solo il permesso di sognare qualcosa?! Come credere che proprio per me ci potesse essere una possibilità?! Ancora oggi, nonostante abbia realizzato cose molto belle e molto grandi, non credo sia possibile per me questo o quello… ma poi, la vita mi ha dimostrato che non è così, non perché sono diventata più forte o più bella, ma perché so chi sono e dove sto andando; e questo lo imparo ogni volta che scelgo di prendere il largo, ovvero di non stare in superficie, ma di andare a pescare dove è più profondo. È lì che trovo sempre la determinazione di non permettere a niente e nessuno di violare la mia dignità, i miei valori, le scelte controcorrente.

I nostri pensieri privi di speranza fanno eco alla voce di Marta mentre parlava con Gesù. Era disperata per aver visto morire suo fratello. Probabilmente Marta, Maria e Lazzaro non avevano i genitori (non vengono mai nominati, forse erano già morti) e forse vivevano insieme. Che dolore perdere Lazzaro, l’uomo di casa, l’unico fratello. Immagino il suo pianto, il suo dolore. Urlava a Gesù, suo caro amico:


“Se tu fossi stato qui non sarebbe morto”.

E Gesù: “Marta, credi tu nella risurrezione?”

“Ma, Signore, sono passati quattro giorni… puzza!”

Gesù insiste: “Credi tu questo?”


Anche noi stiamo lì a dirci che ormai sono passati gli anni da quelle ferite, ormai puzzano, sono putride. Noi ci siamo strutturati in un certo modo. Il tronco dell’albero della nostra vita è cresciuto storto, non c’è speranza. Ma Gesù, invece, dice: “Credi tu questo?”. Credi che si possa entrare in un sepolcro di morte e uscirne vivi? Non è mai troppo tardi per rotolare via quella pietra gigante. Ci vuole un pizzico di fiducia. Se non facciamo questo passaggio siamo dei vivi imprigionati nei nostri sepolcri imbiancati dalle vacanze, dalle belle esperienze, dai cammini spirituali, dal lavoro e lo sport.

Vivere è un’altra cosa. È la cosa più grande al mondo. Vivere è essere felice di quello che sei e libero di dare la vita dove senti un urlo di amore che ti interpella. L’apice della vita lo raggiungi quando la spendi per qualcosa di davvero grande. Ahhh!!! Che goduria! Questa è la vita vera: sapere chi sei e donarti per amore… ma che roba pazzesca! Per questa pienezza e solo per questa ne vale la pena vivere. Questa sì che è vita! Ma che spettacolo!

Guarda, il vuoto delle nostre ferite è come un vortice che ti risucchia dentro senza che tu te ne accorga. In un attimo ti ritrovi attirato/a da qualcosa o qualcuno (magari il tuo classico tipo, quelli che piacciono a te) e non sai neanche perché e poi ti ritrovi ad arrivare, come al solito, nello stesso punto di sempre, dove sono andate a finire tutte le storie, tutte le relazioni, tutti i propositi e i grandi progetti.

Ma che bisogna fare?

Tira fuori tutte le palle che hai!!! Entra dentro quel vuoto di tua spontanea volontà. Vai nei tuoi inferi portandoti la luce della Parola di Dio, cingiti i fianchi con la verità, indossa l’elmo della salvezza (la lucidità!), la corazza della fede e vai. La porta del paradiso Gesù Cristo l’ha aperta dagli inferi. Tu da dove pensi di poterla aprire? Sei sicuro che si apra aggiungendo la seconda laurea o una relazione a cuoricini rosso fuoco? Non è che stai cercando nel posto sbagliato?

Tutti i giusti aspettavano quel momento da secoli. La porta per entrare nella gioia vera, tutta intera. Anche la tua anima aspetta che tu apra quella porta. Si apre solo dagli inferi. Indurisci il volto come Gesù e intraprendi questo santo viaggio.

Si sceglie di stare nel dolore perché è la strada preferenziale della salvezza, l’unica strada possibile, la tua più grande occasione. Questa è la cosa che ci permette di arrivare a capire chi siamo veramente; quando prendi consapevolezza di chi sei, non ti frega più nessuno, neanche il dolore; non sei più disponibile a barattare la tua dignità con qualcosa che colmi una paura, una ferita del passato, un’ansia del futuro. I tuoi piedi diventano saldi, pronti, decisi. Il cammino è spedito. Neanche le tempeste ti fermano.

Questo concetto ti può essere chiaro solo quando lo vivi sulla tua pelle oppure conosci qualcuno così. La libertà dal ricatto del dolore è una libertà che nessuno può toglierci neanche sotto tortura (vedi i martiri, tra di loro tanti ragazzi che non hanno tradito se stessi neanche davanti alla morte perché vivevano una gioia piena anche durante le peggiori pene). Roba seria davvero. Ne vale sì la pena.

L’excursus che faremo insieme sarà questo:

Adesso a lavoro per arrivare a questa benedetta porta! Piego le ginocchia e prego per te perché sarà l’impresa più grande della tua vita.

Subire

Come stare nel dolore?
La modalità più diffusa di stare nel dolore è quella di subirlo.


Proviamo a fare una descrizione: sei animato da tristezza, rassegnazione, oppure rabbia, rancore e sete di riscatto; stai sempre in difesa e, per non sentire, ti anestetizzi (ore al cellulare a perdere tempo, baci quello che passa il convento, bevi, ti butti sul lavoro o, da bravo ragazzo, scappi nella preghiera pia e nel servizio instancabile in parrocchia). La vita è spesso davvero tanto pesante. Tante, ma proprio tante energie per stare a galla. Un continuo fuggire in un labirinto che diventa sempre più stretto perché i punti da evitare sono sempre di più. La tua vita non è poi così male, anzi… il problema, però, è che non è nemmeno proprio tutta sta gioia. Manca qualcosa di sicuro ed è normale che sia così, ma soprattutto non c’è un vero godere fino in fondo del bello che c’è nel presente. Si vive dentro una sensazione di emozioni sempre a metà nel bene e nel male.

Anche se senti nella parte più profonda di te che esiste una bellezza nella vita per cui veramente ne vale la pena, allo stesso modo fai una fatica immensa a tenere insieme i pezzi. Vivi una vita frammentata, a volte in contrapposizione tra quello che vuoi assolutamente ottenere e strade non completamente limpide per arrivarci. Ogni giorno è una battaglia interiore più o meno marcata. C’è tanto bene, ma anche sempre un po’ di cose che inevitabilmente accadono che ti tolgono la pace. Pensare di essere felice, indipendentemente da quello che accade, è praticamente una chimera impossibile. Eppure non ti è successo nulla (sembra!) di tragico. Sei in salute, sei quasi in regola con gli esami e hai degli amici con cui fai cose interessanti. Quello che vivi è proprio una fatica atavica che non ti lascia mai.


Si chiama subire.


Ha radici molto profonde. È una modalità che abbiamo imparato e non ne conosciamo un’altra perché così vive la maggior parte delle persone della nostra cultura occidentale.

Il subire è impelagato nel mondo del fare. Subire non è un atto passivo, bensì una scelta di gestione faticosa e complessa che si muove in un continuo moto: cercare di tenere insieme i pezzi, provare a non scontentare né mio padre né me stesso, tenere duro nelle dinamiche insopportabili del lavoro, essere all’altezza, fare di tutto per non perdere l’immagine che ho di me, ecc… È pesante vivere così. Spoiler: gestire, invece, ha il baricentro tutto nell’essere, nell’ascoltarsi in maniera profonda e consapevole (chi sono, cosa voglio, cosa è bene per me, come mi organizzo per stare in questa cosa, ecc.).

Quello che ci è successo da bambini è stato un subire passivo: tuo padre, tua madre, i fratelli che hai avuto, il posto in cui sei nato, le possibilità economiche, la posizione sociale della tua famiglia, i traumi, le ferite, le mancanze, ecc. Tutto questo non lo hai scelto ed essendo bambino, non avevi nessuna possibilità di scegliere come evitare o reagire. Da adulto, invece, subire diventa un’azione attiva. Quello che la vita ti presenta non sempre lo puoi scegliere, ma hai la capacità di scegliere il COME starci dentro alle cose sia del presente che del passato.

Subire, quindi, da bambini è un atto passivo, mentre, da adulti, è un atto attivo. Ognuno di noi può scegliere di passare una vita in porta a parare colpi e a guardare i gol che segnano gli altri, oppure prendere in mano la situazione e gestire il gioco sempre a suo vantaggio, anche quando le cose si mettono veramente male. La vita non è una questione di vincere o di perdere. Accadranno continuamente entrambe le cose. La vita, invece, è pura gioia di sapere di aver giocato al massimo rischiando tutto. Quando gli sportivi fanno questo sono soddisfatti a prescindere dal risultato finale. Se la Lazio gioca con la Roma è chiaro che perde, è ovvio; però, se gioca bene (tutto può accadere!), se ne torna a casa soddisfatta e onorata di aver giocato contro una grande squadra anche se ha perso lo scudetto. Se chiedete ad un laziale, vedrete che vi risponderà questo (vi lovvo romanisti tutti der monno intero!).

Chi nella vita subisce il dolore crede che non ci sia via di scampo:

È un mai una gioia perché tanto, anche quando arriva, dura un attimo e non me la so neanche veramente godere.

Gli ultras aggiungono:

Ogni dolore, dal più grande al più piccolo, ha il rischio di trasformarsi in un grandioso e mirabile egocentrismo. Un vittimismo cosmico dove è sufficiente anche solo il mio ego come pubblico. La forma acuta, quella in cui non diventi adolescente se non ci passi almeno un periodo della tua vita, è quella ultras “A me non mi capisce nessuno”.

Chi fa parte di questo club, o meglio, ogni qual volta rinnoviamo l’abbonamento (giornaliero, mensile o annuale) al club, rinnoviamo anche la nostra deliberata scelta della tristezza. Nell’esatto momento in cui avviene il rinnovo, diamo il permesso ad una coltellata ricevuta da bambini di sanguinare oggi, ancora una volta, per nostra scelta.

È messa ancora peggio la curva sud che, invece, tiene duro, reprime tutto questo ed esplode dentro con i famosi sensi di colpa. Tremendi! Quando siamo lì non ci diamo il permesso di esprimere un malessere o di lamentarci perché “non mi è morto nessuno se non il gatto quando avevo sette anni” ergo “non ho il diritto di lamentarmi perché ho una famiglia che mi vuole bene, ho la possibilità di fare l’università e amici su cui contare”.

Quello che non torna, però, è che coloro che sono affetti da vittimismo cosmico non soffrono di attacchi di panico tanto quanto quelli affetti da negazionismo da senso di colpa. In pratica i “Non posso esprimere il mio dolore perché sono un ragazzo fortunato” sono vincitori premium di salti acrobatici in attacchi di panico, gli altri un po’ meno, medaglie d’argento. Perché??? Non è difficile da capire: quello che le parole non dicono, il corpo lo urla, dice la mia cara amica Claudia Viola che di lavoro fa la psicoterapeuta (una buona!).

Insomma, sia chi vive grandi traumi, sia chi cose meno plateali ed evidenti, sia chi cade nel vittimismo sia chi si trattiene dal tirare fuori un malessere di base, può essere preda facile dell’affrontare la vita (e il dolore della vita) con la modalità del subire.

Subire le aspettative e il confronto

Ogni volta che al centro non ci sei veramente tu, stai mettendo in atto un atteggiamento passivo dove, appunto, subisci la vita e tutto quello che comporta. Non si subisce solo il dolore. A volte, sentite bene questa!, si subisce anche l’amore, il bene, la gioia. Talmente abituati a tenere insieme i pezzi per rimanere in piedi per fare in modo che tutto funzioni, che, quando è il momento delle cose belle, non abbiamo la capacità di saper più godere. Trasformiamo anche il bene in un peso lasciando uno spazio sempre più accessibile alla tristezza esistenziale.

Mettersi al centro non è solo egocentrismo, non sto parlando in questo senso adesso. Mettersi al centro vuol dire ascoltare me prima di dare una risposta a te. Ascoltare il mio bisogno prima del tuo. Capire cosa è bene per me nel desiderio di venirti incontro. Io sono prima Alessandra e poi mamma; sono prima Alessandra e poi amica. Se non sono pienamente Alessandra non posso essere pienamente mamma o amica. Essere Alessandra ha priorità su tutto non per egocentrismo, ma perché il bene sia cosa ordinata e non confusa e sia un bene vero, fatto con tutta me stessa, non con un surrogato. I miei figli, mio marito, i miei amici cercano me, non i miei favori o i miei consigli. Vogliono Alessandra. È quindi una priorità essere, prima di ogni cosa, presenti a sé stessi e ai propri bisogni. Essere! Il contrario ci porta a dei cortocircuiti (gli attacchi di panico fanno parte di questi). Essere me, fino in fondo, in maniera vera e autentica, mi permette di ascoltare i bisogni dei miei figli e di mettermi a servizio al massimo delle mie risorse.

Quanti “no” riesci a dire per il tuo bene sapendo che scontenterai qualcuno? Quanto sei disponibile a calpestare te stesso e i tuoi bisogni per mantenere quella finta pace apparente? Se sei un bravo ragazzo sei più a rischio. Se sei un ribelle anche… perché sotto sotto poi ci stai male a vedere delusi gli altri “per causa tua”, per i tuoi no.

Le aspettative nostre su noi stessi e quelle degli altri, l’immagine che vogliamo dare di chi siamo, il continuo, silenzioso e costante confronto (soprattutto con i social!!!) sono le cause principali dello stress diffuso del nostro tempo e, quindi, degli attacchi di panico.

Prima ci si confrontava con quattro amici al bar. C’era mio cugino Gino che era fantastico, dieci volte meglio di me. Lui sì che sapeva farci con le ragazze ed era riuscito ad avere una moto pazzesca, nessuno sa come. Poi c’erano Paolo e Gianni, gli amici di avventure. Quelli delle serate insieme fino a tardi a parlare e a divertirsi. Poi Giacomino, l’amico sfigato. È un miracolo che lui sia riuscito a diplomarsi con il minimo dei voti. Oltre ad avere una famiglia un po’ sui generis, forse era dislessico e nessuno l’ha mai capito.

Morale della favola: uno era troppo figo, gli altri due erano come me, l’altro era sfigato.

Conclusione: non sono figo come Gino, ma neanche parto da niente… qualcosa di buono nella vita concluderò. Non è che non valgo proprio niente niente, ho le mie chance da giocare.

Oggi. Quanti amici hai? Non si contano. Non solo hai amici all’università, in parrocchia, poi frequenti gli amici di tuo cugino, gli amici del calcetto e hai amici in giro per l’Italia e per il mondo, conosciuti in vacanza o ad un corso di fotografia. Il confronto è con tante persone. Se poi aggiungiamo i social, allora, il confronto è con mezzo mondo (si escludono giusto gli africani senza internet e i paesi sotto dittatura dove tutto è oscurato). Non ne rimani vivo perché di persone più belle e brave di te avoglia quante ce ne sono! Infinite. Senza parlare del fatto che, pur sapendo che non sono veramente migliori di te, ma che mostrano solo il meglio di sé stessi, ti sembra tutto così reale che pare vero veramente.

Come fai ad accettare l’invito di un ragazzo sapendo che ce ne sono un milione più belli e prestanti di lui?! Come fai a pensare che vali qualcosa se c’è tizio che con la forza della mente scala un 8b senza corda mentre tu fai fatica ad andare sul ponte tibetano di venti metri dentro i Sassi di Matera (questa è pubblicità poco occulta alle bellezze della Basilicata!)?! Qualsiasi cosa tu sia o tu faccia sui social ti viene sbattuto in fronte che sei meno di una serie lunga di qualcun altro.

Morale della favola: quello che vedono i tuoi occhi e che introietta il tuo cervello è che sono tutti super e tu non sai fare una mazza.

Conclusione: faccio schifo, non sono all’altezza, neanche ci provo con quella ragazza che mi piace perché, se è davvero intelligente come sembra, non può uscire con uno come me sapendo che ce ne sono mille migliori.

Se mentre leggevi le prime righe di questo capitolo pensavi di esserne immune, adesso, forse, la stragrande maggioranza di noi, ci si riconosce di brutto. Non scateneremo un attacco di panico collettivo, non ce n’è bisogno! Ci metteremo sotto a lavorare a muso duro perché sta storia non può continuare così.

Quello che noi viviamo sono mezze verità che ci trascinano verso un abisso disperato e triste. Non è roba per noi! Noi, invece, dobbiamo desiderare e cercare con tutto noi stessi la verità tutta intera (non a metà!).

Perché subiamo le aspettative e subiamo il confronto e ci rimaniamo sotto? Solo perché siamo poveri ragazzi fragili della generazione Z? Ma no! Ci andiamo sotto perché ogni aspettativa e ogni confronto dicono qualcosa che in fondo è vero ed innegabile: tu non sei lo spaccalegna più sexy del mondo (anche perché magari non spacchi proprio la legna e non ti era venuto neanche lontanamente in mente di farlo, ma, davanti a quelle immagini, ti sei sentito comunque meno uomo). È vero che non sei il migliore. È vero che ci sono mille ragazzi più forti di te. Questa è una verità che ti aggancia dentro. Devi sapere, però, che è del tutto parziale. È solo una parte. La tua vita non è spaccare la legna o essere l’avvocato che tuo padre vuole che tu diventi. La tua vita è più grande e più complessa di quello che fai, delle tue capacità. La tua vita dipende da realizzare chi sei! È qualcosa che ha a che fare con l’essere, non con le performance. Puoi essere il miglior spaccalegna sexy del pianeta, ma non essere una persona felice. Che ci fai?! Lo aggiungi alle medaglie impolverate dei cento metri delle elementari? Potremmo fare un hashtag #aspettative=donazionevolontariaallapolvere.

La verità tutta intera dice che, sebbene non sia il più figo del pianeta e neanche lo spaccalegna più sexy, sei bello, sei amato, sei degno di stima, sei soprattutto unico. Come fai le brutte figure tu nessuno. Per questo ti vogliamo tutti bene anche senza pettorale scolpito (ormai il pettorale non va neanche tanto di moda, a me non è mai piaciuto tra l’altro, adoro le mani super grezze in un uomo). Come sai essere presente tu con discrezione silenziosa e con amore, difficile da trovare. Come sai prendere in mano la situazione tu nei momenti tragici, tipo quando durante la route scout siamo rimasti senza acqua in mezzo al nulla in Svezia… perla rara.

La verità tutta intera la riconosci perché non guarda le prestazioni ma l’unicità che sei. Non dice che sei la più gnocca (perché forse non lo sei per il profilo 2026), ma che sei tanto preziosa. Più diventi quello che sei più diventi unica e, di conseguenza, attraente per quella bellezza che sprigioni. Ecco svelato il motivo per cui le suore di clausura sono così belle con un abito addosso di secoli fa e senza un filo di trucco (poi, secondo me, è anche vero che le ragazze particolarmente belle Dio non riesce a condividerle con nessuno).

Cosa impedisce a questa verità tutta intera di raggiungerti? Perché questi altri messaggi positivi non ti arrivano tanto forti e prepotenti come quelli del confronto dei social? La risposta è che siamo intrappolati dentro le nostre difese.

È chiaro che subiamo il confronto, subiamo le aspettative, subiamo lati della nostra cultura che cozzano con dei valori che ci portiamo dentro, ma soprattutto subiamo dei dolori che la vita ci presenta che non sono due storie Instagram, ma cose più grosse.

Il nostro atteggiamento sia davanti al padre che ci vuole avvocati per il nostro bene (si guadagna di più, hai tante soddisfazioni, puoi fare i concorsi da magistrato, l’alternativa è uno studiare comunque tanto per ritrovarsi ad elemosinare uno stipendio da fame), sia davanti al confronto dei social, sia davanti a delle batoste serie (ti muore un amico in montagna, ti arriva una malattia, ti lascia la ragazza con cui avevi sognato di sposarti, non riesci ad elaborare la perdita di tua madre avvenuta da bambino, ecc.) è quello di vivere in difesa subendo, cercando di rimanere a galla, sopravvivendo invece di vivere, parando il più possibile i colpi per limitare il dolore, distraendoci per non pensarci troppo.

Ma perché viviamo così? Quali sono le cause? Dove lo abbiamo imparato tutto questo?

Le difese

Per sopravvivere alla rassegnazione che “la vita è bella ma, purtroppo, ha questo tarlo del soffrire”, ci resta una sola soluzione: difenderci e alleggerire il carico. E così costruiamo confini, recinti, fossati, intere muraglie cinesi di difesa e ci chiudiamo tra mura che pensiamo sicure, anestetizziamo le ferite, proviamo a guardare altrove, a non pensarci, a distrarci da quello che abbiamo ricevuto. Non viviamo mai… troppo impegnati a sopravvivere.

Anche se non hai neanche il diploma, sei un professionista di fama mondiale nello schivare i colpi. Tuo padre è stato un brav’uomo, ma ha avuto un atteggiamento sempre molto giudicante nei tuoi confronti. La tua vita si è plasmata intorno ai suoi giudizi. Pensi di essere un ragazzo libero, ma ti ritrovi sempre incastrato nel fare le cose al massimo delle capacità di chiunque altro sul pianeta. Hai dentro un forte messaggio che, ad ore alterne, del giorno e della notte, per qualsiasi cosa tu debba fare, viene ripetuto al megafono dentro il tuo cervello: “Se non sei il migliore, non vali nulla, non sei degno di essere amato”.

Come sopravvivere a questo messaggio che mette in pericolo la dignità del volerti bene? Come stai davanti ad un attentato all’esistere così forte?

Entrare in contatto con questo messaggio ti ha provocato un dolore immenso. Da bambino, senza difese, te lo sei beccato tutto così com’era. Ti ha devastato. Per rimanere a galla, l’unica strada che vedevi era obbedire a quella voce. Dentro di te la risposta a quel messaggio era semplice, di un bambino: “Sarò il più bravo di tutti così avrò il permesso di esistere e di essere amato da mio padre”.

Portare il peso di questo messaggio e stare ad un livello sempre iper-super-pro di te stesso, però, con il passare degli anni, diventa poco sostenibile. In aggiunta, durante l’adolescenza scopri che non basta esistere per tuo padre, tu vuoi esistere ed essere apprezzato anche e soprattutto dai tuoi amici. Allora, inizi a fare quello che ti viene meglio (essere il migliore), ma cercando di non farti troppo male perché con i tuoi amici è più rischioso, ci sono meno protezioni. Dai quindi l’avvio ai lavori di recinzione per proteggerti l’esistenza.

Il progetto da ministro della difesa si può modificare in corso d’opera a seconda della risposta esterna. Il progetto di partenza è proporzionale al dolore che hai vissuto: se, ad esempio, hai subito un attentato all’esistere, allora costruirai mura di difesa abbastanza alte di cemento armato; se, invece, c’è stato un attentato verso un’inclinazione o una svalutazione di una parte di te, magari opterai per una siepe, alta, ma siepe; nei casi in cui è successo qualcosa di traumatico come un abuso, una morte improvvisa, uno shock, vedremo una muraglia cinese con tiratori a vista. Al contrario, ci sono persone che, proprio con l’intento di esistere ed essere amate, decidono di non mettere nessun confine e di avere sempre la porta di casa aperta: “Se sono disponibile e mi prendo cura degli altri ho una chance di esistere e di essere amato”. Questi ultimi scelgono di essere gli indifesi, ovvero, senza difese.

Tradotto nella pratica vuol dire che per entrare in relazione con te c’è bisogno di varcare queste barriere, oppure, come nell’ultimo esempio, di non sapere quanto male ti puoi fare nelle relazioni perché non sai chi capita. In entrambi i casi il risultato non cambia: chi spende le proprie energie per riuscire a stare sul pezzo per farsi il meno male possibile (l’armata della difesa) e chi si lancia verso l’altro senza essere minimamente protettivo per sé stesso (l’armata della resistenza); in tutte le situazioni si vive una fatica smisurata per reazioni condizionate in risposta alle nostre ferite del passato.

Mi è capitato di incontrare ragazzi così feriti a cui era impossibile dare un abbraccio. Altri, invece, così disponibili ed affidabili, che a 24 anni sembravano più responsabili di me, ma che dentro nascondevano voragini di vuoti affettivi. Ognuno costruisce le sue difese e indossa le sue maschere. Siamo tutti inguaiati, c’è poco da nascondere e tanto su cui lavorare.

Cosa comporta subire

Vivere la vita subendo le cose negative che comporta vuol dire spendere molte energie per rimanere a galla. È un respirare a metà dove, nel caso migliore, metà delle tue energie sono spese per vivere e metà per sopravvivere. Questa strada è particolarmente faticosa non solo per la profusione di energie che comporta, ma soprattutto per quel senso di mancanza di libertà profonda di godere a pieno della gioia delle cose belle.

Fino a che subisci il dolore è lui (il dolore) che ti tiene sotto scacco. È lui che comanda. È lui che detta legge, che decide l’università che farai, che sceglie dove abiti, con chi condividi la tua vita, quanti figli avrai, come li educherai. Ti ritroverai a fare scelte contrarie a quello che desideri davvero solo per paura di soffrire troppo per cercare una strada diversa dal comune. Di sicuro scemo non sei, però, perso nel far quadrare il cerchio, non hai avuto energie per chiederti cosa va bene a te, cosa fa felice te, dove ti senti al tuo posto. Il finale è che ti sei perso chi sei, l’essere, il centro, tutto quello che conta.

Se al dolore e alla sofferenza dai questo potere, la vita è più dura di quello che oggettivamente ti può accadere di brutto. Peggio di questo c’è il fatto di precluderti una vita piena, al godere fino in fondo della bellezza di cui è portatrice.

Sei sicuro che questa strada vada bene per te?

Lo scrivo a te perché conosco benissimo questa strada. So ogni anfratto. Ho provato anche scorciatoie rivelatesi peggiori della strada stessa. Soprattutto conosco quella sensazione tanto profonda di ricatto costante, quella vocina sempre accesa, in ogni scelta, che costantemente dice “Sei sicura Alessandra di fare questa cosa? Potresti soffrire per questo. Quella persona potrebbe ferirti. Lascia perdere”. La sintesi è che piuttosto che soffrire, meglio rinunciare a vivere veramente. Pur di non stare male, vivo di meno.

La mia conclusione, dopo aver preso coscienza di tutto questo, è stata che non valeva la pena vivere se non si fosse trovata la soluzione per eliminare il dolore. Una vita a metà è vita? Una gioia a metà è gioia? Un amore a metà è amore? Per alcuni sì, beati loro. Per me no.

Non ci vuole coraggio a fare scelte fuori schema. Ci vuole coraggio a rimanere in trappola, sotto la schiavitù del dolore. Non ci sono ricatti che un uomo libero possa accettare nel proprio cuore.

L’obiettivo non è distruggere completamente le difese che abbiamo per proteggerci, ma mettere delle difese sane, giuste. L’obiettivo è non far diventare le nostre difese la nostra prigione.

Quelle difese esistono per motivi molto validi: sono proporzionate al male da cui dovevi difenderti in quel momento. Senza di esse non saresti sopravvissuto. Bisogna prendere coscienza oggi che quel pericolo non c’è più… e quindi non c’è più bisogno di una muraglia cinese così alta e così lunga nella relazione che stai vivendo con questa ragazza e neanche a lavoro. Non c’è bisogno. Nessuno si aspetta che tu sia il migliore, ti vogliono bene anche se sbagli. La verità è che i tuoi amici non aspettano altro, vogliono che anche tu ogni tanto faccia una cavolata perché sono felici di volerti bene per chi sei veramente, non per chi devi mostrare di essere per essere degno d’amore.

Puoi non essere più vittima di quello che ti è successo. Questa storia può finire qui e puoi andare avanti, scegliere una strada diversa, riprogrammare la recinzione.

Chi subisce il dolore non sarà mai capace di amare fino in fondo perché ci sarà sempre una parte di sé impegnata a difendersi o a resistere. Chi subisce il dolore vive tutta la vita in difesa, non riesce ad esserne protagonista e a goderne.

Come puoi dare la vita per qualcuno se sei impegnato a non farti troppo male tu? Oppure, come puoi solo pensare davvero in grande, fare qualcosa di grande, spenderti per qualcosa che sia per sempre se attraversi la vita disarmato e ferito?

Questa strada è deludente. È una via mediocre per una vita mediocre. Più che vivere mi sembra un ingaggio a tempo pieno per tenere tirato il freno a mano dell’esistenza. Sei sicuro di continuare a voler vivere così? Sei sicuro di sprecare così tante energie per così poca felicità? Capisco bene perché va di moda pensare che la felicità sia solo questione di qualche attimo. Te credo! Se vivi così… La felicità diventa quell’istante in cui molli il freno o in cui succede qualcosa di esterno di incredibilmente bello, ma è esterno a noi, non ne abbiamo il controllo. Ma possibile che sia solo questione di attimi? E se invece fosse il contrario?! Se provassimo a sganciare quel freno, cosa accadrebbe? Cosa faresti?

C’è una cosa che non mente mai: la verità che abbiamo scritta nel cuore. Ogni volta che ci specchiamo in quella verità troviamo i sogni, le aspirazioni, i grandi desideri. Ecco, tu non sei semplicemente fatto per quelle cose lì, ma sei proprio quello lì. Diventi veramente te stesso quando realizzi quelle cose incredibili scritte nel cuore. Guardando quello che vivi sei in sintonia con quella roba? Queste sono le cose con cui misurarti, quelle del tuo cuore, non i successi degli altri.

Aggiungo: e se il dolore non fosse qualcosa da rifiutare, ma da vivere? E se fosse un regalo della vita? Qualcosa di importante? E se fosse addirittura una grazia? Ci hai pensato?

Noi pensiamo che siamo quello che abbiamo tenuto preservato, ma invece siamo quello che abbiamo donato con amore. Quando vai ad un funerale ti rendi conto che le persone parlano del bene ricevuto da quella persona che non c’è più, di quanto ha donato. Ma non è che mica mica tu fai parte di quelli che vogliono morire in buona salute?! Vuoi morire il più ricco del cimitero?! Ti rimane solo quello che dai, non quello che chiudi in cassaforte.

Quando non entriamo nel dolore ma lo subiamo ci condanniamo da soli ad una vita sempre in fuga. Fuggiamo dalla nostra storia, dalla nostra famiglia, dalla nostra fragilità a stare davanti alle cose.

Subire è un inganno perché la vita diventa bella quando la spendi. Più la spendi e più è bella. Finché vivi subendo il dolore e le fatiche non puoi donarla perché sei concentrato su di te, sul farti meno male possibile. Ecco, una vita sprecata. Ecco un’altra scena muta davanti a Dio che ti chiede “Quanto hai amato?” e tu “Ma come facevo ad amare con quel padre che mi hai dato?” e Lui “Ma te l’ho dato apposta per amare tutti i ragazzi con i padri disgraziati come il tuo!!!”… troppo impegnati a guardarci l’ombelico.

Sai, puoi anche non subire una vita intera per quello che ti è accaduto, ma decidere di farci qualcosa di addirittura incredibile. “Credi tu questo?” (cit. Jesus). Esiste questa strada. Il problema non è mai quello che ci succede, ma cosa ci facciamo con quello che ci succede. Diventare adulti significa proprio fare questo passaggio: prendersi la responsabilità della propria storia per poi chiudere il cerchio con il prendersi la responsabilità della storia dell’altro. Ti stai perdendo il meglio!

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