Le 3 regole d'oro per dialogare da Dio

by Alescanca,
Le 3 regole d'oro per dialogare da Dio

Non si sa quante volte ho sentito parlare dell’importanza del dialogo nella coppia. “Se c’é dialogo c’è tutto”. Ma da dove nasce questo dialogo, cosa dobbiamo dirci e soprattutto come. Ci sono regole o l’altro mi deve capire al volo altrimenti non siamo fatti per stare insieme? Parlare senza parole poi…

Io e Francesco siamo una coppia molto litigiosa. È abbastanza ridicolo che noi scriviamo qualcosa che riguarda il dialogo o, forse, non tanto visto che è da quando stiamo insieme che cerchiamo di capirci qualcosa. Per noi è quasi impossibile essere dello stesso parere anche se spesso l’apparenza inganna. Quando lui dice nero io vedo chiaramente bianco. Ogni anno siamo sul podio (primi in classifica! mica robetta!) per il premio “Incompatibilitá Di Carattere”. Ricordo che quando siamo andati a vedere la nostra prima casa, cinque mesi prima di sposarci, uscendo, dopo un attimo in cui eravamo in silenzio, contemporaneamente diciamo: “Perfetto!!!” io e “Che schifo!” lui. E fu cosí che prendemmo un appartamento al primo piano sulla Tiburtina con vista campo nomadi e con molte altre sorprese al suo interno (tipo non usciva l’acqua dai rubinetti e, tolta una greca decorativa plastificata sulla parete del bagno, ci sono cascate tutte le mattonelle a terra… qui ci vorrebbe l’emoticon della ragazza disperata con la mano in faccia).

Ma come si fa a dialogare? Come si fa a parlare due lingue diverse (maschile e femminile) e capirsi?

Mi vengono in mente due cose:

- la prima è la differenza tra Babele e l’effusione dello Spirito Santo:

padre Giovanni che nel suo studiolo, al piano sotto la sua amata frateria, con tanta pazienza (e con noi due ce ne vuole sempre tanta!), ci spiegava la differenza tra Babele (Gen 11) e l’effusione dello Spirito Santo (Atti 2). Siamo maschio e femmina, due estremi per natura, diversi e opposti, ma noi cerchiamo sempre l’omologazione. Se l’altro non mi capisce allora, ancor prima che finisca di parlare, concludo dentro di me che la nostra relazione è sbagliata. Il punto cruciale è che noi cerchiamo l’omologazione. Noi cerchiamo sempre e continuamente di ripetere Babele, ovvero di parlare una lingua sola, la stessa lingua. È impossibile! Parliamo due lingue diverse perché sia diversi e lo saremo sempre. Babele è la pretesa dell’ uomo che non fa i conti con la realtá e vive di ideologie e di sforzi. L’uomo senza Dio fa casini e crea confusione.

Invece l’opera di Dio è quando “parlavano lingue diverse e si capivano” perché c’era di mezzo lo Spirito Santo che abbatte l’impossibile rispettando la natura di ognuno. Dio in fondo ci ha fatti unici e fichissimi! Questo vuol dire dare spazio all’altro, ascoltare quello che pensa proprio perché è diverso da me e poi dire il proprio punto di vista. La maturitá e l’amore stanno nel trovare un equilibrio affatto scontato, rispettare la mia idea e quella dell’altro, dargli spazio e trovare una terza strada insieme.

Che lavoraccio! Mamma mia che lavoraccio! Peró è un lavoro che insegna ad amare veramente perché parte dal rispetto di se stessi e dall’accoglienza di chi mi sta davanti. È una grazia, un miracolo da chiedere. È con questo che una coppia e una relazione diventano solide. A che serve il tempo del fidanzamento se non ad imparare questo?! Di solito a casa nostra si trova una strada nuova che non era né quella che volevo percorrere io e né quella che voleva fare lui. È una strada nuova, inaspettata, da scoprire insieme, spesso è sempre un’avventura nonostante partiamo da desideri ed idee che sembrano incompatibili.

- La seconda cosa è vedere come questo punto della diversitá uomo-donna è continuamente attaccato nell’arco della storia e, in maniera esagerata, negli ultimi trent’anni. Essere diversi da’ sempre fastidio. In questi anni, mentre ci riempiamo la bocca di quanto sia bella la diversitá, non abbandoniamo mai il nostro idolo dell’omologazione che è un vento che ieri soffiava ad ovest ed oggi ad est; prima le donne dovevano stare solo in casa a fare figli, oggi le donne devono per forza lavorare e possono fare figli se non lede la carriera. Ma meglio non mettere troppa carne a cuocere. Non tocco l’argomento gender e movimento gay e lgbt altrimenti altro che Babele.

Come comunicare?

Dice il Ruvido che ci sono tre tipi di persone:

- quelle che parlano degli altri o delle cose in generale (politica, societá, sport, pettegolezzi)

- quelle che parlano di progetti che vogliono realizzare

- quelle che parlano di loro stessi e di quello che sono

Il primo tipo di dialogo potrebbe essere interessante se ci sono le elezioni in corso o, in altri casi, è solo vuoto, non utile alla relazione. Il secondo tipo di dialogo approfondisce idee, ma è ancora un dialogo esterno alla relazione. Parli di te ma non in maniera intima. Parli di “fare” qualcosa o di cosa vorresti fare. Ma solo quando parli di te, della tua interioritá e dei tuoi sentimenti, crei relazioni profonde. Parlare di sé. Questo è il punto. Solo quando parlo di me creo intimitá. Questo è il must.

Ci sono delle regole ben precise per dialogare. L’esperienza insegna e la psicologia aiuta, tenendo presente che la sapienza di Dio lo ha detto ennemila anni fa.

Eliminare il giudizio

Prima regola. Di solito le nostre discussione iniziano con “tu sei cosí, tu qua, tu lá” e giú di li a vomitarci addosso veleno e a tirarci i piatti in testa (poveri i nostri vicini!). Succede questo perché quando io parto con un giudizio (“tu sei cosí”) metto l’altro nella disposizione di difendersi che quindi dirá “Iooo!!! Tu sei cosí!! altroché! Faccio cosí perché tu rompi continuamente” e si continua a inoltranza per ore e giorni. Questo modo di comunicare non funziona perché non comunica nulla se non il mio fastidio per il fatto che sei diverso da me e per questo ti menerei.

Vorrei solo che fosse uguale a me e capisse i miei bisogni con la forza del pensiero… dai! Non capisco proprio come faccia a non capirlo! Le mie amiche mi capiscono, è cosí chiaro anche per loro, come fa a non esserlo per lui?? … forse, e dico forse, hai dimenticato che di fronte a te hai un uomo che è quindi, per natura stessa, diverso da te e non capisce. Non puó proprio capire. Non ci arriva e non è tutta colpa sua. Come noi donne non possiamo proprio capire che rinuncia sia non andare in bici per 90 km sotto il sole invece di godersi un libro sotto l’ombrellone in riva al mare tutto il giorno, cosí gli uomini non capiscono perché è vitale per noi spendere del tempo per avere la casa pulita.

Non interpretare

Seconda regola. Per cambiare registro bisogna parlare di sé. Solo in questo modo si elimina il giudizio (“tu sei cosí”), si elimina l’interpretare l’altro (“tu fai questo perché vuoi ottenere questo o perché sei come tuo padre”) e si apre il cuore. Di solito diciamo:

- sei il solito rompi scatole che vuole sempre cambiare tutto e mettere in discussione tutto; pure con la libreria devi rompere! Tu non la vuoi montare non perché il truciolato ha ceduto dopo l’ennesimo trasloco, ma perché vuoi fare sempre a modo tuo”

Ma com’è diverso dire invece:

- a me la vecchia libreria dietro al tavolo in soggiorno mi è sempre piaciuta e vorrei tanto rimetterla qui com’era prima perché mi fa sentire meno la mancanza di Freiburg

La notate la differenza? Nel primo caso inizia la battaglia corpo a corpo:

- sei sempre la solita! Basta che non si cambia niente e sei contenta. Se fosse stato per te ancora eravamo in Francia nonostante entrambi ci siamo trovati male pur di non cambiare. La casa è nostra e non decidi solo tu come mettere la libreria, deve piacere anche a me.

Nella seconda frase, invece, apro il cuore e la risposta è stata un abbraccio aggiunto a:

- tesoro! Mi dispiace che ti manca cosí tanto Freiburg, ma questa è una nuova casa, qui c’è una nuova storia da vivere, non aver paura di cambiare, è solo una libreria e se ci tieni tanto la mettiamo dove vuoi tu

A dire il vero di solito rimaniamo senza libreria dopo un trasloco per almeno otto mesi perché io vorrei rimettere tutto come nella vecchia casa anche se la libreria (quella piú economica di ikea è sempre la nostra!) durante il trasloco si è distrutta e non regge piú al quattrocentesimo rimontaggio e Francesco non vedeva l’ora che arrivasse a questo punto per sbarazzarsene perché l’ha sempre odiata; a questo va aggiunto che io la vorrei proprio nella stessa posizione in cui era nella vecchia casa perché ogni cambiamento mi destabilizza anche se i libri di filosofia dell’universitá li inverti di posizione con quelli di pedagogia già mi rode. Insomma Francesco vuole sempre cambiare, fare cose nuove, avventurarsi, io invece bastachenontocchiniente sono contenta.

Vi evito tutto il resto del litigio durato sei mesi per una stupida libreria perché da Natale siamo passati all’argomento “divano” dove in cinque non ci entriamo da un pezzo e per quello a sei posti non ci accordiamo su come metterlo… lasciamo stare, stavolta non ho neanche scuse nostalgiche di qualche tipo, solo non voglio rinunciare alle cassettiere (tutto non ci entra!) con i frontali sbilenchi che non posso aprire se no cascano… ma io ci tengo, ci tenevo i vestitini di Samuele appena nato. Chiaramente ho fatto esempi semplici su punti superficiali (e litighiamo almeno sei mesi a riguardo!), ma per le cose piú profonde poi sono cavoli amari veramente.

Parlare di sé

Terza regola. Insomma se io parto con il “tu” l’altro si mette sulla difensiva e non puó che contrattaccare. Se invece io parlo di me, di cosa mi piace, mi interessa, come vorrei realizzare quella cosa, allora l’altro si mette in una condizione di ascolto e mi accoglie. Questo non vuol dire che la pensa come me e mi accontenterá, ma che almeno possiamo parlare e non iniziare la solita guerra.

Inoltre quando parlo di me non interpreto nessuno. Non sappiamo mai perché l’altro fa quella cosa e perché. Quando diciamo “Sei come tuo padre! Alzi la voce per sentirti piú forte e avere ragione” stiamo interpretando e giudicando. L’altro puó dire che invece alza la voce perché è il suo modo per esprimere in maniera non dannosa la sua rabbia perché altrimenti spaccherebbe il mondo dopo il litigio che c’è stato anche la scorsa settimana sullo stesso argomento. Sentirsi interpretato è sempre irritante e maldispone. Diverso è dire “quando alzi la voce mi fa soffrire perché tocchi delle note dolenti della mia storia”. In quest’altro modo non c’è nessun giudizio e nessuna interpretazione, ma parlo di me. Da questo si puó aprire un dialogo sul modo di relazionarsi con l’altro, le sue ferite e il modo di reagire alle cose irritanti fino a come gestire la rabbia. Insomma, tutta un’altra canzone.

Dialogo o compromesso?

Noi siamo il disastro massimo perché se per una libreria non riusciamo a trovare un accordo figuriamoci per cambiare lavoro o nel momento in cui si prospettava l’idea di tornare in Italia dopo tanti anni all’estero. Ci abbiamo messo otto anni per la prima scelta e due anni tesissimi per la seconda e, in entrambi i casi, la scelta è stata non un compromesso, ma una scoperta di una strada impensabile per entrambi.

Banalmente si pensa che il dialogo serve a trovare un accordo, un compromesso, una mediazione tra quello che penso io e quello che pensi tu. A casa nostra non funziona perché la conclusione di questi compromessi, nella maggior parte dei casi, è uno scontentare entrambi e un rinfacciarci tutto il tempo quella scelta.

- Ma com’è che hai questa faccia? Sei andato in bici tutta la mattina e neanche sei contento? Hai rotto tutto il tempo per farlo e adesso dobbiamo pure vedere sto muso..

- Sono andato in bici tutta la mattina girando mezza regione, ma sulla strada fra le macchine e non in mezzo ai boschi… era meglio non andarci

- A te non ti va mai bene niente…

Questo è un classico discorso dopo un compromesso: io volevo andare al mare in totale relax a tutti i costi, mentre Francesco voleva stare in tenda in mezzo alla natura sconfinata e andare in bici fra le montagne. Il compromesso a cui siamo arrivati è andare al mare in tenda convincendolo che gli altri del campeggio vanno sempre in bici e quindi poteva farlo anche lui. Il risultato è che nessuno dei due gode e ci rinfacciamo le cose. La parola compromesso per me la possiamo associare alla parola fritto misto.

3 step per trovare soluzioni sane

Parlare non vuol dire trovare compromessi castranti per entrambi, ma andare fino in fondo alle cose. Innanzitutto presuppone saper ascoltare se stessi e i propri bisogni in maniera chiara. Poi, prendersene cura prima ancora di arrivare al limite di quel bisogno per poi esplodere e fare piazza pulita intorno, del tipo “Adesso ci sono io, quello che voglio io, dopo tutto quello che faccio per te…“. È piú sano prendersi cura di sé sempre e non pretendere che l’altro se ne faccia carico. Soprattutto noi donne, bravissime croscerossine, tiriamo al massimo delle nostre forze fino al punto di dire “Basta!” e pretendiamo che l’altro si prenda cura di noi, lo pretendiamo proprio!

Ad esempio: quando mi trovo in un periodo particolarmente difficile tipo un cambiamento da fare importante, il marito che cambia lavoro, un figlio piccolo nella fase gattonamento o anche semplicemente in un periodo intenso, so che mi metto in modalitá tirolacarrettafinoallamorte e non esisto piú come persona. Le conseguenze sono che inizio a fare la vittima e a pretendere che gli altri mi vedano, vedano la mia stanchezza e il mio sacrificarmi. In fondo in fondo lo pretendo dagli altri. Prendermi cura di me, invece, vuol dire prendere consapevolezza che questo periodo è intenso e difficile, quindi devo attrezzarmi per renderlo piú leggero possibile. E mi chiedo: cosa ti fa piacere fare bella Alessandra per non sbroccare con tuo figlio che gattona e non ti molla tre secondi per andare in bagno da sola? Trovo sempre cose che mi ricaricano e mi aiutano a vivere con piú leggerezza quel periodo tipo un’uscita in piú con le amiche, una giornata tutta per me. Insomma se c’è un peso da portare bisogna ascoltarsi e prendersi cura prima di tutto di sé.

Il secondo step è entrare in intimitá, trovare il motivo piú profondo per cui io desidero questa cosa. Dire che ho voglia di andare al mare è telegrafico e puó andar bene se sto decidendo una vacanza con le amiche dove ognuno dice la sua in base al “mi va o non mi va”. Cercare di capire perché voglio andare al mare e perché sento la necessitá di andarci in un determinato modo, invece, vuol dire non lasciarmi scappare l’occasione per aprire il cuore, senza pretese e in totale diponibilitá e apertura. Crea intimitá.

Il terzo step è trovare l’equilibrio tra prendersi cura di sé, dell’altro e il bene della coppia contemporaneamente. È un’arte per cui ci vuole l’ingrediente segreto per non cadere nel banale compromesso: Amare gratuitamente di cuore se stessi e l’altro. È mettersi alla ricerca della terza strada a volte, oppure, di una consapevolezza profonda di un atto di gratuitá totale verso l’altro. Attenzione! Attenzione!!! Questo non significa annullarsi, altrimento è peggio del compromesso. Questo vuol dire che mi sono talmente presa cura di me e dei miei bisogni che mi rendo conto di essere in grado di poter fare a meno di andare al mare a rilassarmi o magari trovo un’alternativa soddisfacente (ci vado con le amiche due giorni senza figli). L’equilibrio è sempre frutto di un lavoro intimo di consapevolezza e gratuitá. L’equilibrio è mettere in atto la genialitá dell’Amore che trova soluzioni e scopre gioia vera nel farlo.

Cosa dirsi?

Parlare del meteo e fare la telecronaca di quello che ho fatto oggi di solito non aiutava molto la mia relazione con Francesco. Ero davvero una ragazzina quando ci siamo fidanzati e, sebbene avessi dentro tante domande molto profonde sulla vita, non ero capace a parlarne e a condividere i miei sentimenti. Per me condividere era mettere al corrente chi mi stava davanti di quello che quel giorno mi era successo e avevo fatto, insomma una telecronaca dei fatti successi. Accanto a me peró avevo un uomo, non un ragazzino, che soffriva di questa mia incapacitá. Insomma per me il dialogo era dirsi tutto senza assolutamente dire niente di me.

Sento spesso nei corsi prematrimoniali che bisogna dirsi tutto prima di sposarsi. Mi pare il minimo! Peró credo che mio marito neanche oggi vuole sapere tutto e non conosce tutto di me, ma conosce il mio cuore. Quello che vale la pena dirsi sono i miei desideri, i miei pensieri, le mie paure ed insicurezze, i progetti che vorrei realizzare (quelli sempre a valanga ne ho!), le mie ansie, la parte piú profonda di me. Per la telecronaca dettagliata ci sono le amiche! Per quest’ultima frase il Ruvido metterebbe un grassetto e cercherebbe, spendendo almeno un paio d’ore della sua giornata, un font speciale. Ripeto: per i dettagli ci sono le amiche! Alla maggior parte degli uomini non interessano. Gli uomini hanno solo cinque minuti di attenzione e bisogna fare una sintesi delle diecimilaottocento cose che vorremmo dirgli e selezionarne due da condividere evidentemente senza neanche un dettaglio.

Questo vale per tutte le relazioni uomo-donna. Vale anche per tutte le relazioni in cui si vuole creare intimitá perché questa si crea dalla condivisione dei movimenti del cuore e non del meteo e del pettegolezzo.

Dialogo senza parole

Imparare a dialogare è importante perché ci mette in relazione. Senza questo di che parliamo?! Quando dico dialogo non voglio dire solo quello verbale, anzi vi dó un suggerimento dal quale partire se siete messi proprio male come succede spesso a noi. Quando con le parole, usando tutti gli accorgimenti che ho scritto, comunque non funziona perché si è creata una spaccatura troppo grande e anche l’aria che respiro fa male all’altro, allora passate al dialogo non verbale. Abbandonate il campo del “devi capire che” e parlate senza parole, solo usando la tenerezza ovvero il corpo (questo si chiama castitá). Prendetevi per mano, abbracciatevi. Non parlate se non riuscite a farlo senza litigare. Dite: “se parliamo adesso ci scanniamo come al solito. Mi sento tanto lontana da te e ferita, desidero tanto abbracciarti, ti va?” oppure “vedo che non riusciamo a parlare in nessun modo, ricominciamo facendo una passeggiata mano nella mano e basta?”. Usate la tenerezza, gesti semplici e mai ambigui: se fate l’amore rischiate di fare danni e creare uno squilibrio che non vi permetterá di risolvere quelle incomprensioni, ma iniziate dall’usare tenerezza, dolcezza, gesti semplici, piccoli.

Questo parlare senza parole permette di condividere le emozioni e i sentimenti e aprire il cuore, dona intimitá. È un modo di comunicare con il corpo ed è una bomba perché riesce ad eliminare quella distanza. In fondo questo è proprio lo scopo piú alto della tenerezza: avvicinare i cuori.

Perché ne vale la pena imparare a dialogare bene.

Saper dialogare crea intimitá, unione profonda, condivisione vera. Quando l’altro non si sente giudicato ma vede che quel modo di fare ti fa soffrire cercherá in tutti i modi di venirti incontro. Fino a quando l’altro si sente giudicato si metterá sulla difensiva. E poi, parliamoci chiaro, l’unico modo per toccare il cuore di un altro e offrirgli il tuo cosí com’è. È inutile prendersi a capelli soprattutto per chi ha il marito pelato come il mio… non ce la farai mai! Non cambi nessuno cosí! Puoi cambiare te stesso peró, iniziando a parlare di te, eliminando il giudizio e l’interpretazione di chi ti sta vicino. Proporre queste nuove regole per imparare a parlare non è facile e chi scrive non ha ancora imparato, ma cambia molto la condivisione e toglie molti litigi inutili.

Non dimenticate che il punto da tenere ben presente è che siamo diversi e parliamo lingue diverse. Lo Spirito Santo dona la grazia di capirci!! Bisogna sempre chiederla. Ogni volta, prima di parlare con qualcuno, prima di fare un incontro, prima di fare una telefonata con una persona che ha difficoltá, ogni volta prego e preghiamo questa preghiera allo Spirito Santo di Santa Caterina da Siena

Spirito Santo,

vieni nel mio cuore

con la tua potenza attrailo a te.

Concedimi carità con timore,

riscaldami ed infiammami

con il tuo dolcissimo amore,

si che ogni pena mi paia leggera.

Dolce mio Padre,

dolce mio Signore,

ora aiutami in ogni mia azione.

Cristo amore,

Cristo amore,

Cristo amore.

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