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il podcast di 5pani2pesci


Un anno perso #103

22.02.2026

Ciao!

Venerdì non è uscita la newsletter!?! 💫 allora eccoci oggi con un nuovo numero fresco fresco!

Una laurea in ingegneria biomedica, un futuro brillante, e poi? E poi Dio rivoluziona i tuoi piani… e tu ti lasci rivoluzionare!

Buona lettura!

Fra

PS. Ieri a Roma c’è stato il primo appuntamento di GenZ: chiedici qualsiasi cosa! Lunedì nel podcast vi raccontiamo com’è andata 🥹 daaaaai


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Senza di te non si può fare!

Un anno perso

O così si potrebbe dedurre, e in effetti in questo modo il mondo lo ha giudicato.

Sono Annachiara, ho 26 anni e ho vissuto alla baita poco più di un anno: da gennaio 2024 a marzo 2025 (cioè finché questa non è stata chiusa). Mi sono laureata a fine settembre 2023, in ingegneria biomedica, dopo 5 anni di sudore e molto poco tempo libero da dedicarmi. Per questo motivo ho scelto di dedicare i 3 mesi successivi (fino a fine 2023) per fermarmi, ricentrarmi, per poi ripartire a gennaio con un nuovo passo nel mondo accademico o immergendomi nel mondo professionale.

Ma… A quanto pare Dio aveva altri piani per me. A ottobre 2023 ho partecipato ad Ora et Labora (quarta edizione) e a inizio dicembre al ritiro a Lagonegro sempre con Ale e Fra. In queste due occasioni ho avuto possibilità di fermarmi veramente e di guardarmi dentro con verità, e non l’avessi mai fatto… è uscito fuori di tutto!!! Ferite, desideri, sete di senso, domande sulla mia relazione con Dio, e tante dissonanze tra i miei desideri più profondi e quello che effettivamente stavo costruendo per la mia vita.

Cosa desideravo profondamente?

Da quando ho incontrato davvero Dio nella mia vita la mia priorità è trovare la mia vocazione, e vivere il più vicino possibile a Dio, perché è in quella relazione che ho incontrato l’Amore, la Vita e il Senso. Cosa stavo costruendo? Un futuro brillante e una promettente carriera da ingegnere in un ambito super richiesto e pieno di opportunità innovative ed interessanti.

Qualcosa non quadrava…

Inoltre, mi ha preso a sberle una dura verità: non ero libera. Le mie ferite e i miei copioni stavano decidendo al posto mio, e anche se fossi stata davanti alla strada aperta della mia vocazione non avrei potuto sceglierla: dovevo prima risolvermi affettivamente, solo così avrei ritrovato la vera libertà di amare gratuitamente, e la libertà di poter scegliere una strada senza il rischio di farmi influenzare dalle miei ferite affettive.

Risultato: Non sono mai tornata a casa da quel ritiro di Lagonegro…

Quello che era venuto fuori era troppo, troppo vero, troppo pesante, troppo stravolgente, aveva messo troppa luce, troppa fragilità per poter tornare a casa alla mia vita di tutti i giorni. Mi sentivo un cucchiaino da caffè sotto le cascate del Niagara. E così, più morta che viva, è iniziata la mia avventura Lucana.

Per il mondo ho perso l’occasione di essere qualcuno, spendendo l’anno più importante per la mia carriera a fare chissà cosa, in mezzo al bosco, a tagliare legna e pregare.

Per il mondo ho perso tempo senza costruire e senza lavorare.

La verità è che non ho mai costruito e lavorato come in quell’anno.

Vivendo alla baita una vita semplice, comunitaria, alternando preghiera e lavoro, ho potuto mettere tutte le mie energie e le mie forze sull’essenziale: risolvermi affettivamente e dedicarmi al discernimento vocazionale.

Avevo già scoperto per la mia vita una cosa fondamentale, anche attraverso l’esperienza scout, il passato mi aveva insegnato che per me, vivere una vita semplice, fatta di estrema essenzialità, mi avvicinava al Signore e rendeva la mia preghiera molto più intima e vera.

Alla baita questo l’ho vissuto all’ennesima potenza e non solo nella preghiera ma anche nella relazione con me stessa e con gli altri c’era questo nuovo sapore.

Sembra assurdo, ma vivere senza bagno, senza acqua corrente, senza riscaldamento, senza rete… tutto questo rende la mia vita reale e avventurosa e appassionante, una vita per cui ne vale la pena. Mi commuove ancora pensare a quell’intimità con la Parola di Dio, e come in quell’anno siano state messe le fondamenta bible-based della mia vocazione; e alla profondità di quelle relazioni da fratelli che ho vissuto.

Come dicevo ho lavorato tanto, ho attraversato il mio buio più profondo e sono risalita dai miei inferi dopo averli abitati. Le mie ferite si sono rivelate molto più profonde del previsto, tanto da apparire una vera e propria croce quella che Dio mi chiedeva di portare. Ale e Fra mi ripetevano “e se fosse una grazia?” e io a tono rispondevo: “e se fosse una croce?”. Può far sorridere ma avevamo ragione entrambi. E in fondo io lo sapevo, ed era anche la forza più grande che avevo: Credevo fermamente che la mia vocazione si radicasse proprio sulle mie ferite, avevo (e ho ancora) fede che ogni croce è la promessa della Gioia, e che in fondo, Dio fa bene e fa bella ogni cosa, anche permettere il male ingiusto che abbiamo subìto. E andavo ripetendo continuamente “Non vedo, ma mi fido”.

Devo sottolineare una cosa importante, che per tutto il lavoro che ho fatto su di me ero accompagnata, in primis da Ale e Fra, dai miei fratelli: Marta, Manu ed Elena, ma anche da una psicoterapeuta (una brava, perché per me — e per tutti — serviva proprio una brava) che mi aiutasse a prendere contatto con le mie ferite ed iniziare a costruirci sopra. Questo lavoro non si fa da soli, se no rimani schiacciato dalla fatica o da te stesso, perché siamo tutti creature estremamente fragili, e senza una rete di sostegno e soprattutto senza amore gratuito non andiamo da nessuna parte, cadiamo e ci sfracelliamo. Io ho avuto una grazia pazzesca, il Signore per questa grande battaglia mi ha donato un grande esercito, o come me lo figuravo io: una serie di regbisti palestrati che scendevano in mischia in mezzo al fango con me.

Ho perso un anno di vita? Non credo.

Direi che piuttosto ho passato un anno a ritrovare la mia vita, a riagganciarmi all’origine e ad orientarmi verso la meta. Credo che questo discorso si possa applicare anche a chi non crede in Dio. Investire su se stessi non può essere tempo sprecato, piuttosto è sprecata una vita moscia, una vita che non sa bene dove andare, una vita a metà e senza mèta, una vita insipida.

Il segreto che ho scoperto?

Tornare al ritmo del cuore, lasciando che anche la mente possa rallentare… perché come mi disse un monaco benedettino “la mente è svelta ma l’anima è lenta”. È un’illusione che tutto si risolva in uno schiocco di dita. Il lavoro su sé stessi necessita una vita intera, allora meglio iniziare il prima possibile no? In fondo siamo tutti incasinati e sporchi e malconci come qualcuno che è appena uscito da un incontro di boxe, ma il punto non è quello, il punto è: cosa vuoi per la tua vita? Perché ti stai accontentando di essere soltanto un cartonato di te stesso quando puoi scoprire la tua vera vocazione? Ma cosa pensi di star costruendo se a decidere per te sono i tuoi copioni? Dove pensi di andare se non sei libero di scegliere davvero nella verità?

Nessuna illusione: lavorare su se stessi è una gran fatica, anzi credo sia “la fatica più fatica più faticosa” di tutte (ve lo dice una che raccoglieva i pomodori nell’orto e andava a riempire l’acqua con le taniche alla fontana con 50 — e non scherzo, la macchina segnava 50 — gradi sotto il sole).

Ma non scherziamo… la libertà non ha prezzo e la pienezza non conosce fatica che tenga.

Ne vale sempre la pena investire su se stessi perché c’è in ballo la tua vita.

Il rischio è che tu possa essere felice!

Buon cammino

Annachiara


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