E se fosse una grazia?!
Ciao!
È venerdì 💫 ed eccoci con un nuovo numero della newsletter di 5pani2pesci!
Social, lavoro, volontariato, relazioni sbagliate: ognuno ha il suo modo preferito per non sentire il dolore. Oggi proviamo a fare il contrario.
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Buona lettura!
Ale
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Senza di te non si può fare!
E se fosse una grazia?!
“Noi viviamo in una società della positività che tenta di sbarazzarsi di tutto ciò che è negativo […] Si evita qualsiasi circostanza dolorosa. Persino le pene d’amore sono diventate sospette.” — La società senza dolore, Byung-Chul Han
Ho iniziato a leggere questo libro appena citato e, nelle prime due pagine, ho trovato questa riflessione: siamo così terrorizzati dalla sofferenza che siamo disponibili a rinunciare anche alle relazioni d’amore pur di non sentire dolore.
Succede allora che, per evitare di toccare punti sensibili che potrebbero metterci a rischio, lasciamo il comando della nostra vita alla paura. Provo a spiegarmi meglio: ogni volta che evito di fare qualcosa o di dire davvero quello che penso quando è fuori dal coro, sto assecondando il ricatto interno della sofferenza.
Le conseguenze sono principalmente due:
- continua necessità di anestetizzarsi;
- non essere più liberi, ma schiavi di una paura.
Una società che rifiuta ciò che è negativo deve necessariamente strutturarsi sul non sentire, perché questo negativo fa parte della realtà e non può in alcun modo essere eliminato. Avoja a dì “Pensa positivo, fai circolare nella mente pensieri positivi”! Se una ragazza mi rifiuta, se non mi si fila nessuno, se non mi sento all’altezza, se ho perso una persona cara, se un amico mi ha tradito, c’è poco da pensare positivo. Mi posso sforzare di farlo, ma la vita rimane uno schifo.
Quali sono le opzioni possibili?
L’unica opzione che ci viene presentata è la proposta di un continuo annacquamento, il rincitrullimento totale e costante del cervello, l’anestesia generalizzata e normalizzata del dolore.
Mentre noi pensiamo di evitarlo (il dolore) e facciamo di tutto per non sentirlo, in realtà gli stiamo solo dando più potere dentro di noi, alimentandolo. Più non affrontiamo i punti fragili e più diventano enormi. Più evitiamo di vederli in faccia e più sono insormontabili.
Non sono qui a farvi la morale sulla dipendenza dai social, dalla pornografia, dalle perdite di tempo. Io parlo anche di volontariato, di sport, di lavoro, di relazioni tossiche… di qualsiasi cosa tu abbia trovato essere in grado di anestetizzare quella fatica dolorosa. Non importa se non riesci a stare da sola (senza una relazione) oppure non ti butti mai, rinunciando in partenza. Non c’è differenza tra sfondarsi di pornografia o spaccarsi di volontariato… se la motivazione è la stessa (non sentire un dolore), che differenza c’è?
Lo so che siamo troppo abituati a giudicare e a ingannarci e così, se sei un bravo ragazzo, scegli di sfondarti di lavoro invece che di social, ma il risultato non cambia: il vuoto è lo stesso.
Ed è qui che, come una lama tagliente, arriva don Fabio Rosini: “E se fosse una grazia?”
E se quel dolore fosse una cosa buona invece che una cosa da evitare? Se stare davanti alla solitudine e all’inadeguatezza fosse l’occasione della tua vita? Se invece di anestetizzare provassimo proprio a sentire quel dolore?
Sentire fa male, ovvio! Però ci può dare l’occasione di capire, accogliere, curare, fiorire, mettere a servizio. Questa opzione, quella che fuggiamo ogni giorno, potrebbe essere invece la strada buona, sana, che ti svolta. Non risorge dai morti tuo padre defunto e non ti chiederà scusa il tuo amico che ti ha voltato le spalle nel momento del bisogno, ma potrebbe accadere qualcosa di inaspettato.
Io credo che quello che fa la differenza non sia evitare il dolore, ma, al contrario, starci dentro il più possibile. Se san Francesco non fosse stato dentro a tutta la superficialità della sua famiglia e non si fosse reso conto che il suo fare lo spavaldo alle feste era la pura conseguenza delle sue ferite, non avrebbe mai potuto aprire le porte all’infinita Sapienza di cui Dio lo ha rivestito. Lo stesso Giovanni Paolo II: se non fosse stato dentro quel vuoto dell’abbandono, non sarebbe potuto diventare padre dei giovani di tutta la Chiesa. Oppure vogliamo parlare di Madre Elvira? Poteva piangersi addosso tutta la vita per aver vissuto un’infanzia segnata da un padre alcolizzato e, invece, ha scelto di stare dentro quel dolore e trasformarlo attraverso l’Amore di Dio, salvando migliaia di ragazzi dalla tossicodipendenza.
Lo capisci che, se scegli di non sentire il dolore, dopo non senti neanche l’amore?! Se è vero che l’Amore è più forte della morte, allora ci stiamo perdendo la parte migliore.
Come stare nel dolore
Di solito le nostre energie sono impegnate a come fuggire dal dolore. In questo siamo bravi. Se ci fossero dei master all’università, sarebbero obbligati al numero chiuso per le troppe richieste di iscrizione.
Dio ragiona sempre al contrario e vince sempre Lui. Non ha mai evitato un problema o un’umiliazione, pur potendolo benissimo fare; anzi, se l’è sempre andata a cercare guarendo le persone di sabato, non facendo digiunare i suoi discepoli quando tutti digiunavano, dando confidenza a gente poco rispettabile, toccando quelli considerati impuri, guarendo gli oppressori del Suo popolo (il servo del centurione). Diciamo che Gesù non ha mai avuto paura della critica.
Poi, un giorno, tutto questo Lo ha “sopraffatto”… apparentemente, si intende. E quando la situazione si è messa parecchio male, ha consegnato liberamente Se Stesso. Altro che fuggire! È stato così sconcertante che Pilato non sapeva che fare… cercava di far difendere Gesù, ma Lui non diceva nulla. E Pilato insisteva dicendo: “Non mi parli? Non sai che io ho il potere di metterti in libertà […]?” (Gv 19,10). Caro Pilato, forse tu non hai capito che Gesù ci vuole proprio andare in croce! Non è ricattabile neanche in punto di morte. Certo che soffre, e pure assai, ma sa che il dolore si sconfigge da dentro, non scappando via il più lontano possibile.
Ecco, la strada è questa. Starci dentro alle cose. Chiederci in maniera profonda perché stiamo lì davanti a quel telefono, perché facciamo diecimila ore di volontariato senza avere più una vita o perché non abbiamo mai il coraggio neanche di ammettere che ci piace una ragazza, tanto è il terrore di soffrire. Non bisogna impegnarsi a trovare il compensativo più presentabile ai tuoi occhi, ma avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Stare davanti a queste cose non è facile e rischiamo di rimanerci secchi. Da soli non possiamo intraprendere il viaggio. Sebbene sia controcorrente, non è un’impresa da fare in solitaria. Sappi, già da adesso, che Gesù ha aperto la strada: a noi non resta che percorrerla.
Per starci, ci servono degli strumenti precisi e chiari. Di sicuro Dio non dà ricette e soluzioni, ma ti cambia lo sguardo e cammina insieme a te. Per iniziare questo viaggio nella direzione opposta a quella in cui siamo abituati a camminare, ci serve un’attrezzatura adeguata.
Di questo equipaggiamento ne cominciamo a parlare nella prossima newsletter. Intanto prova a pensare se sei disponibile a cambiare strada.
Il rischio è che tu possa essere felice.
Ale
P.S. Ragazzi, il III Raduno realmen è alle porte: dall'8 all'11 ottobre, al Santuario di San Gabriele, in Abruzzo. Se sei un uomo, o ne conosci uno che ha bisogno di fermarsi e fare verità, questo è il momento. TUTTE LE INFO E ISCRIZIONI QUI
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